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Forse abbiamo sempre sbagliato tutto: la fascia

Forse abbiamo sempre sbagliato tutto: la fascia

In riabilitazione e nel fitness fino a qualche decina di anni fa eravamo abituati a parlare di singole strutture anatomiche ed a eseguire esercizi che isolassero il più possibile la contrazione di ogni singolo muscolo. Ad oggi, però è evidente come la ricerca ci stia portando sempre di più a pensare in grande.

Ora la tendenza è quella di parlare di schemi motori, di pattern di movimento e quindi di globalità, e la struttura anatomica che forse rappresenta di più questo concetto è la fascia.

Fascia: ecco perché i muscoli non esistono

Thomas Myers nel sul libro “Meridiani Miofasciali” lo ripete più volte:

“Questo modo di vedere e definire i muscoli è comunque semplicemente un artefatto del nostro metodo di dissezione – con un coltello in mano i muscoli sono facilmente separabili dalle circostanti superfici fasciali. Tuttavia ciò non significa, che questo sia il modo in cui il corpo “pensa” o sia biologicamente assemblato.”

Ovunque possiamo trovare origine, inserzione, azione, innervazione e vascolarizzazione di ogni muscolo del nostro corpo, ma raramente viene descritto che tipo di conseguenze ha quella determinata contrazione sulle strutture strettamente adiacenti e tantomeno su quelle lontane. Perché?

Il motivo è semplice: le nostre conoscenze derivano dagli studi di anatomia, termine che vuol dire proprio tagliare le parti.
Per guardare all’interno di un corpo bisognava tagliare tutte quelle strutture (pelle e vari strati fasciali) che si pensava avessero la sola funzione di contenere qualcosa di più prezioso al loro interno (organi, muscoli, tendini ecc).

Questo è il motivo per il quale questa importantissima struttura non è stata considerata per tutto questo tempo. Oggi, invece, è sempre più ribadito dagli esperti come la fascia abbia delle funzioni molto più importanti e complesse di come si pensava anni fa, per questo motivo non bisognerebbe guardare e pensare ai singoli muscoli ma all’intera fascia.

Ma cos’è la fascia?

(L’immagine a sinistra mostra come le fibre della fascia avvolgono e si intrecciano a quelle muscolari. L’immagine a destra mostra la fascia superficiale pettorale in cui è evidente la direzione preferenziale della maggior parte delle fibre, dovute probabilmente ad un pattern abituale.)

Per essere brevi potremmo dire che è un tessuto connettivo presente e continuo in tutte le parti del corpo, ma questo non ci farebbe capire l’importanza della sua presenza.

“Non basta dire semplicemente che “ogni cosa è connessa a ogni altra cosa” e fermarsi lì. Sebbene questo pensiero sia giusto in ultima analisi, tale premessa lascia il terapista in un mondo nebuloso, addirittura vuoto, senza niente che lo guidi se non il puro “intuito”. (Meridiani Miofasciali)

Senza entrare troppo nel dettaglio potremmo definire la fascia come un tessuto composto da particolari tipi di cellule (fibroblasti nella maggior parte dei casi) e da particolari fibre (collagene ed elastina per lo più) immerse in un gel acquoso chiamato sostanza fondamentale.

La fascia ha caratteristiche di elasticità e di plasticità.
Se sottoposta ad una trazione veloce essa si modifica per poi ritornare nella stessa posizione precedente una volta terminato lo stimolo, a meno che questo non sia stato tanto forte da generare una lesione. Se invece è sufficientemente lento la fascia si deformerà in maniera plastica mantenendo quel cambiamento.

Anatomicamente di che strutture stiamo parlando?
Per prima cosa potremmo suddividerla in fascia:

(L’immagine mostra a che livello di profondità si trovano la fascia superficiale e parte della fascia profonda nei primi strati sottocutanei.)

Questa è solamente una suddivisione didattica perché queste strutture sono reciprocamente connesse in tutto il corpo; addirittura potremmo dire che tutte queste fanno parte della stessa struttura ma che si differenziano l’una dall’altra dalla diversa composizione di cellule e sostanze citate prima.

La specifica e individuale composizione di ogni fascia fornisce diverse funzioni:

Unione, divisione, contenimento e protezione Ricopre, connette e divide varie strutture, costituendo l’impalcatura che permette la trasmissione delle forze lungo tutto il corpo.
Sensoriali È riccamente innervata da varie terminazioni nervose che garantiscono la percezione della pressione, dell’allungamento, della vibrazione, della posizione articolare, della postura, della posizione spaziale e del dolore.
Di scivolamento Permette ai vari strati di tessuti di scivolare facilmente gli uni sugli altri grazie alla presenza di sostanze di lubrificazione come l’acido ialuronico.
Di deposito energetico Comportandosi in maniera simile ad una molla, grazie alle strutture fasciali che sono pre-tensionate (per esempio i tendini piatti o le aponeurosi degli arti inferiori, durante funzioni quali il cammino), una volta che viene allungata è in grado di fornire una certa forza sotto forma di ritorno elastico.

Nello specifico che strutture possiamo considerare come fascia?
Tenendo in considerazione la fascia profonda possiamo dire che l’epimisio (lo strato più esterno che avvolge ogni singolo muscolo) è fascia, il periostio (lo strato più esterno di ogni osso) è fascia, i legamenti lo sono e anche i tendini. Ma anche lo strato sottocutaneo, le capsule che avvolgono gli organi ecc.

In realtà la fascia si spinge anche all’interno di quelle strutture che sembra ricoprire solo esternamente, ad esempio all’interno dei muscoli troviamo perimisio (avvolge più fibre muscolari) ed endomisio (avvolge ogni singola fibra) che fanno parte anch’essi della fascia.
Per questo motivo non è sbagliato dire che ogni cosa è connessa ad ogni altra.

(Ecco come endomisio, perimisio ed epimisio sono localizzati nel muscolo scheletrico.)

Tutte queste strutture sono delle semplici specializzazioni di quel tessuto connettivo che abbiamo detto prima, e non pensate che queste siano separate perché ognuna di esse è in continuità e comunica con tutto ciò che ha attorno.
Rende molto l’idea il fatto che non dovremmo pensare alla presenza di circa 600 muscoli nel nostro corpo, ma di un solo muscolo composto da circa 600 tasche.

Facendo un esempio, sarebbe sbagliato dire che un muscolo contraendosi tira verso di se l’osso, ma è molto più corretto dire che la contrazione muscolare traziona epimisio, perimisio ed endomisio, che sono collegati al tendine, che quindi tira a sua volta il periostio, con il quale si fonde, e di conseguenza sposta l’osso.

La (bio)tensegrità

(Questa splendida immagine mostra la precisa e mutevole architettura delle fibre collagene all’interno della fascia.)

Non è un argomento semplicissimo ma se sei arrivato a questo punto probabilmente lo conosci o comunque ti ha incuriosito. Per poterlo rendere più comprensibile è indispensabile avere chiari alcuni concetti.

Tensegrità è un termine inventato per descrivere un modello dove l’integrità di tutte le strutture è data dalla tensione e dalla compressione che ognuna di esse esercita sulle altre.
Bada bene che questo è un bilanciamento di forze opposte e non un equilibrio. Il sistema fasciale è ciò che più rappresenta il modello di tensegrità.

Dal punto di vista anatomico potremmo parlare di biotensegrità, che secondo Levin e Martin (2012)

“inverte il concetto vecchio di secoli in cui lo scheletro viene considerato come l’impalcatura su cui i tessuti molli vengono appesi e lo sostituisce con un modello di tessuto fasciale integrato.”

Per essere più chiari, viene cambiata la visione secondo la quale l’apparato scheletrico era l’impalcatura portante con funzioni di sostegno cui erano attaccati i muscoli che avevano la sola funzione di muoverlo a favore di una visione in cui la fascia è la protagonista nel bilanciare tutte le forze all’interno del corpo.

Di conseguenza, con questa visione, dovrebbe cambiare anche il modo di pensare ai meccanismi di lesione e alle terapie “riparative”.
Infatti l’idea è sempre stata quella che se si verifica una lesione è perché le forze localizzate hanno superato la capacità del tessuto e che quindi sono necessarie terapie locali.
Ma…

“Caricate un “angolo” di una struttura di tensegrità e l’intera struttura (…) si assesterà in tempo breve. Caricatela eccessivamente e la struttura infine si spezzerà – ma non necessariamente vicino a dove è stato posizionato il carico. Dal momento che la struttura distribuisce lo sforzo dappertutto lungo le linee di tensione, la struttura di tensegrità può “dare” qualche punto debole a qualche distanza dall’area di applicazione dello sforzo o può semplicemente rompersi o collassare.” (Meridiani Miofasciali)

E allora perché continuiamo a valutare e a trattare con un’attenzione locale un sistema fasciale (di tensegrità) che è globale?

La struttura più lenta e più veloce allo stesso tempo

Come anticipato prima la fascia è in grado di essere modificata in maniera plastica solo se sottoposta ad uno stimolo abbastanza lento.
Questo è infatti il meccanismo di alcuni cambiamenti posturali e anche uno dei motivi per il quale molti terapisti riscontrano che molto spesso il dolore in una zona corporea deriva da quello in un altro punto dell’anno precedente, che si basa su un infortunio avvenuto anni fa.

Questo dovrebbe far rendere l’idea della lentezza con cui la fascia si modifica nel corso del tempo.

Al contrario, ti è mai capitato di camminare da una stanza all’altra e di mettere un piede giù da un gradino inaspettato leggermente più alto?

“Il sistema nervoso, che regola l’elasticità della risposta muscolare sul livello atteso del pavimento, è impreparato allo shock acuto in arrivo, che invece viene assorbito in una frazione di secondo quasi interamente dal sistema fasciale.” (Meridiani Miofasciali)

Ecco spiegato come questa sia la struttura più veloce nel trasmettere un’informazione (1100 km/h), infatti è addirittura tre volte più veloce del sistema nervoso.

Che la risposta sia molto lenta o velocissima essa ha conseguenze su tutto il sistema fasciale, e quindi su tutto il corpo, seguendo i principi della tensegrità.

Come si instaura una disfunzione fasciale?

La ripetizione di un movimento imprime nel cervello una traccia che, se viene ripetuta un numero sufficiente di volte, viene strutturata e quindi resa più facilmente richiamabile e più difficilmente modificabile. Concluso questo processo diviene a tutti gli effetti un’abitudine e nel tempo questa richiede una postura per essere mantenuta.

“Mantenendo questo pattern abbastanza a lungo, le aree sottoposte ad una tensione eccessiva indurranno una maggiore attività dei fibroblasti, che determinerà un maggior “bendaggio” collagenico (…) per riuscire a bilanciare lo stress meccanico specifico causato da posture ripetute.” (Kjaer et al. 2009)

Capite bene che se sia avvenuto un infortunio, se il soggetto compia gesti ripetitivi oppure mantenga la stessa postura per buona parte della giornata oppure abbia un dolore, questo causerà necessariamente una risposta da parte del sistema fasciale.

E quante volte abbiamo dato la colpa di un dolore o di un infortunio ad una abitudine di movimento, ad una postura o ad un sovraccarico?
Quindi come pretendiamo che il problema si risolva e non si verifichi più senza cercare di modificare la fascia considerandola nella sua totalità?

Conclusioni

Nonostante molte professioni la considerino da decine e decine di anni questo è un mondo nuovo e in continuo aggiornamento proprio per l’interesse e le scoperte recenti.
Risulta chiaro come l’argomento sia decisamente vasto e di certo molto complesso sia dal punto di vista teorico che pratico.

L’intento dell’articolo è quello di fornirti alcune nozioni sulle funzioni e i comportamenti di questa struttura per riflettere su quanto sia sbagliato agire localmente senza avere una visione globale.

 

Ed ora una cosa molto importante: mi faresti sapere cosa ne pensi?
Credi che possa esserti utile considerarla nella tua pratica quotidiana?
Hai mai tenuto in considerazione questa struttura?
Se si, che tipo di strategie utilizzi per modificarla?

Mi piacerebbe molto saperlo per poter scrivere altri articoli che possano esserti utili 🙂

Andrea Catalano

Fisioterapista, specializzando in osteopatia

Fonti:

https://www.researchgate.net/publication/236146722_Biotensegrity-_The_Mechanics_of_Fascia

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1111/j.1600-0838.2009.00986.x

Meridiani Miofasciali – Thomas Myers

La fascia – Leon Chaitow